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incesto

Passione sulla spiaggia di Itãpua


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
15.01.2026    |    1.666    |    1 9.5
"Angelo rientrò a fondo, diede tre, quattro colpi poderosi, poi si irrigidì: il cazzo pulsò, espulse fiotti di sborra calda che schizzarono contro la parete interna dell’utero di lei..."
Sulla spiaggia deserta di Itapuã, Angelo e
Mara, zio e nipote acquisita, cedono alla
passione proibita. Tra baci, carezze e
desideri inconfessabili, il loro rapporto
cambia per sempre.
Il sole di Itapuã stava per baciare l’orizzonte, tingendo l’acqua d’un rosso acceso che si perdeva nel viola più
cupo. La bassa stagione aveva svuotato la spiaggia; soltanto qualche pescatore allontanava la propria piroga, e i
gabbiani roteavano in cerchi pigri sopra le dune. Angelo camminava a passo lento, la camicia di lino sbottonata
che sventolava come una bandiera bianca, scoprendo il petto denso di peli grigi. A sessant’anni portati
benissimo, conservava ancora la spalla larga e la vita più snella di tanti coetanei; conosceva il peso degli anni
soltanto quando, alzando lo sguardo, notava le rughe intorno agli occhi di chi ha vissuto troppo a contatto col
vento e con i ricordi.
Mara lo aspettava all’ombra di un albero di cocco, appoggiata al tronco contorto, le cosce lunghe e abbronzate
che si riflettevano nella sabbia umida. Portava un pareo leggero color sabbia, annodato sotto le tette, e un
costume due pezzi che lasciava poco alla fantasia: il reggiseno di pizzo sottile, il slip che stringeva appena le
ginocchia. I capelli neri, raccolti in uno chignon morbido, le ricadevano gocce d’acqua sulla nuca; era appena
uscita dall’oceano e la pelle le stillava salato. Quando lo vide arrivare sorrise con la sicurezza di chi ha sempre
ottenuto ciò che desidera. «Zio Angelo, quasi non ti riconosco senza il tuo cellulare puntato sulle mail.»
Lui si fermò a mezzo metro da lei, sentendo l’odore di salsedine e cocco della sua pelle. Non era parente di
sangue: Mara era la figlia della defunta moglie di suo fratello, una parentela formale, sufficiente però a far
scattare dentro di lui il freno istintivo. «E tu senza il tuo solito gruppo di amici. Che fine hanno fatto?»
«Li ho mollati al bar. Volevo un po’ di silenzio,» rispose lei, «e forse anche un po’ di compagnia… se non sei
troppo stanco.» Allargò le braccia, come per invitarlo a sedersi accanto. Il pareo si aprì lievemente, mostrando lo
spiccato inguinale del costume, un triangolo di stoffa bagnata che contrastava con la pelle dorata. Angelo cercò
di non guardare, ma il suo sguardo scivolò comunque, attratto da quella forma giovane, calda e potente.
Si sedettero. Fra i loro corpi restava soltanto un palmo di sabbia. Il fruscio delle onde riempiva l’intervallo dei
respiri. Lei parlava del suo lavoro di grafica, dei progetti che voleva portare avanti; lui ascoltava, annuiva, tuttavia
il tono della voce di Mara gli entrava nelle orecchie come un ronzio più profondo, che vibrava direttamente nella
zona bassa del ventre. Ad un certo punto lei tacque e si voltò a guardarlo. «Perché mi osservi così?»

«Stavo pensando che… sei diventata donna. Non ci ho mai fatto caso.» Le sue dita strapparono un ramoscello di
alghe, lo fecero roteare. «Non è un complimento da vecchio?»
«Dipende da come lo dici,» bisbigliò lei, avvicinandosi. «Io ti vedo ancora in forma, zio.» Pose la mano sul suo
ginocchio, un contatto leggero, ma che bruciò come un ferro. «Sei single da troppo tempo. Si vede.»
Il motore del desiderio si accese improvviso: una fiamma umida che si diffuse dalle palle fino alla gola. La voce di
Angelo si fece più rauca. «Mara, forse è meglio…»
«Che? Che torniamo all’hotel e fingiamo di essere una famiglia perfetta?» Rise piano, il petto che si sollevava
vibrante. «Qui non c’è nessuno. Perfino Dio ha chiuso a chiave il cielo.» E, senza aspettare risposta, inclinò il
busto e gli mise le labbra sul collo, proprio dove il battito del sangue era più evidente.
Il primo bacio fu lento, esplorativo: la lingua di Mara calda, vellutata, che cercava la sua. Angelo la percepì dolce
di rum e cocco, sapore di vacanza proibita. Le mani di lei scivolarono dentro la camicia, cercando il torace villoso;
le sue nocche si fermarono sui capezzoli turgidi, li pizzicarono con un breve strappo di piacere. Lui emise un
gemito trattenuto, poi reagì: afferrò le sue anche, le fece strisciare più vicino finché i loro corpi non si toccarono,
attriti e pungenti di sale.
Sentì il sesso di Mara contro il proprio fianco, il tessuto inzuppato che nascondeva la fessura calda. Le sue mani
tremavano quando afferrarono il bordo del pareo; lo tirarono giù con foga, lasciando scivolare il costume dalle
spelle. Le mammelle di Mara balzarono libere, turgide, con i capezzoli scuri e duri come chicchi di caffè.
«Toccami,» sussurrò, «non essere timido, zio.»
Angelo si chinò, afferrò una tetta con la bocca, le diede lingua in lunghi passaggi lenti. L’altra mano le scese lungo
la schiena, affondò dentro lo slip bagnato, trovò la ferita calda e umida. Mara era già bagnata non d’acqua di
mare: il suo pube era liscio tranne una striscia fina di peli neri che gli accarezzò le nocche. Inserì un dito, poi due;
sentì la fica stretta che si contraeva subito intorno alla sua mano, come per succhiarla dentro.
Lei lo spinse all’indietro sulla sabbia, si sedette sopra di lui e cominciò a slacciargli la cintura. Il cazzo di Angelo,
solido e imbronciato, balzò fuori come un pugno: venoso, la cappella rossa e lustra. Mara lo guardò con un
sorriso compiaciuto. «Mmm, ancora tutto duro.» Lo prese in bocca senza preavviso, inghiottendo metà dello
spessore, la lingua che cerchiava il frenello. Il vecchio emise un gemito rauco, sentendo la gola stretta della
nipote acquisita che lo succhiava col ritmo ossessivo delle onde.
La sua mano si posò sulla nuca di lei, la guidava ma non forzava. Mara saliva e scendeva la bocca, sbavava,
facevacolare il cazzo fino a toccare la gola, poi schioccava via con un filo di saliva che si spezzava al vento.
«Voglio sentirti dentro,» ansimò. Si tolse lo slip di lato, mostrando la figa liscia, le piccole labbra gonfie e rosa. Si
inginocchiò sopra di lui, tenendo il cazzo dritto con una mano.
Quando la fica calda scese a inghiottire il membro, entrambi emisero un gemito profondo. Mara si mise a
cavalcare lentamente, muovendo l’anca a onde che ricalcavano il riflesso del mare. I muscoli interni la
stringevano, massaggiavano il cazzo in spire umide. Angelo afferrò le sue anche, aiutandola a sollevarsi e a
riabbassarsi, facendola schiacciare sul suo pube con colpi sempre più marcati. Le tette gli ondeggiavano davanti;
si mise a sedere per afferrarle con la bocca, succhiare i capezzoli mentre lei mugolava.

La passione saliva veloce. Mara inclinò all’indietro il busto, cambiando angolazione, e il cazzo gli si immerse fino
alle palle, strofinando il clitoride contro la sua peluria. «Si… proprio così,» chiese lei, «continua, fammi godere
come una puttana.» Le sue dita si infilarono nei capelli grigi di Angelo, tirandogli la testa mentre il ritmo
diventava forsennato. La sabbia schizzava attorno, addosso alle loro cosce, attaccata alla pelle sudata.
Angelo sentiva l’orgasmo che gli montava dalle palle verso la spina dorsale. Ma voleva più controllo. Con un
guizzo, mise lei a carponi davanti a sé. La figa ora era offerta come un frutto tropicale spaccato: bagnata,
brillante, l’interno rosa che pulsava. Si inginocchiò, affondò il cazzo in un colpo unico fino all’utero. Mara gridò, il
suono smarrito nel frangente delle onde. Lui afferrò le sue anche, imprimendo un ritmo feroce: sbatté
incessantemente, facendo sussultare il culo sodo contro il suo pube. Le palle schiaffeggiavano il clitoride a ogni
colpo, scatenando un suo brivido convulso.
La mano di Mara scivolò sotto, strusciò l’indice sul clitoride, accelerando la masturbazione mentre veniva
scopata. «Soon… sto per venire…» ansimò in inglese, ma la parola sfumò in un urlo roco. Il suo corpo si irrigidì, la
fica si strinse in spasmi che strizzarono il cazzo fino alla prova di forza. Angelo sentì il liquido caldo che colava
sulle sue palle: Mara squirtava, tremava, il volto immerso nelle braccia mentre la sua schiena faceva onde sotto i
colpi.
Fu quel calore improvviso a farlo precipitare. Lui estrasse il cazzo, gonfio e duro come un tronco, e lo puntò sulle
chiappe. Le sue dita corsero a cercare il buco stretto, ma lei, ancora tremante, lo guardò di traverso. «Voglio
sentirti venire dentro la figa,» sussurrò con voce rotta. «Riempimi, zio. Non farmi aspettare.»
Non serviva altro. Angelo rientrò a fondo, diede tre, quattro colpi poderosi, poi si irrigidì: il cazzo pulsò, espulse
fiotti di sborra calda che schizzarono contro la parete interna dell’utero di lei. Il piacere fu un’onda lunga che gli
risaliva la colonna, lasciandolo esausto. Mara sentì il calore riempirla, si piegò in avanti, lasciandolo scivolare fuori
con un sorriso soddisfatto. Il seme bianco inondò le piccole labbra, colando lungo le cosce e macchiando la
sabbia.
Rimasero così, accovacciati e tremanti, finché il vento notturno non fece drizzare la pelle. Angelo si sdraiò,
trascinandola sopra di sé; le carezzò i capelli, le passò il pollice sulle labbra gonfie. Nessuno dei due parlava. Il
cielo sopra Itapuã si era fatto nero, un telo di seta sui loro peccati. Sollevò lo sguardo, vide le stelle tremolare
come occhi indiscreti. Non riusciva a pensare: solo a sentire il sangue che rallentava nelle vene, e la figa bagnata
di Mara ancora stretta contro la sua coscia.
Dopo un lungo tempo, lei si mise a sedere, si aggiustò il pareo. Il sorriso era tornato, un po’ malizioso, un po’
timido. «Nessuno lo saprà,» mormorò. «Ma domani… domani torniamo qui?»
Angelo la guardò, sentì la bocca secca. Non seppe rispondere. Si limitò ad annuire, una promessa muta, mentre
l’oceano saliva piano a cancellare le impronte dei loro corpi.
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